A fine 2025 ho lasciato la mia società di produzione cinematografica.
Due anni di lavoro, di tensioni, di energie messe dentro. Quando è successo, la prima cosa che ho pensato è stata una sola: non sono in grado. Non sono capace di gestire un'azienda. Ho fallito.
Quei mesi dopo sono stati pesanti. Ero scottato e non volevo sentire parlare di niente.
Poi, lentamente, qualcosa ha iniziato a spostarsi.
Quando qualcosa non funziona, trattiamo il metodo e l'obiettivo come se fossero la stessa cosa. Buttiamo via tutto insieme.
Pensa a qualcuno che vuole perdere qualche chilo. Si iscrive in palestra. Ci va qualche settimana, i risultati non arrivano, molla. E conclude: "non sono fatto per tenermi in forma. Non fa per me."
Ma forse non era sbagliato voler stare meglio nel proprio corpo. Forse era sbagliata la palestra. Forse funzionava la corsa. O cambiare quello che mangiava. O uno sport diverso.
L'obiettivo era giusto. La strada no.
C'è una differenza enorme tra mollare un obiettivo e mollare una strada. E nel momento del fallimento, queste due cose si assomigliano così tanto che quasi non le distinguiamo.
Quando ho lasciato la produzione cinematografica, ho fatto esattamente questo errore.
Ho preso il fallimento di quella strada specifica e ci ho costruito sopra un'identità. "Non sono capace di avere un'azienda." Come se due anni difficili, con quella struttura, in quel momento specifico, fossero la prova definitiva di qualcosa che riguardava me come persona.
La chiarezza è arrivata dopo, piano piano, anche grazie ad alcune sessioni con la mia coach.
In quelle conversazioni ho iniziato a farmi una domanda diversa. Non "perché ho fallito?" ma "cosa voglio ancora?"
Avevo ancora voglia di costruire qualcosa di mio? Sì.
Avevo ancora quella sensazione di voler creare? Sì.
E lì ho capito qualcosa di importante. Avevo scelto quella strada in fretta, forse per arrivare prima, per realizzare il prima possibile il pensiero di avere un'azienda mia. Senza valutare davvero tutto. Senza chiedermi se quella forma specifica fosse la mia.
La voglia c'era. C'è ancora. Ma non come l'avevo vissuta allora.
Allora forse non era l'obiettivo sbagliato. Era quella strada, in quel momento, con quella forma.
Questo ha cambiato come guardavo indietro a quegli anni. Non come un fallimento definitivo su chi sono. Come un percorso che non era quello giusto per arrivare dove volevo.
Questo ragionamento non si fa nel momento subito dopo.
Quando fa male, fa male. E in quel dolore è quasi impossibile distinguere "ho sbagliato strada" da "questa cosa non fa per me", come ho scritto anche in questo articolo. Il cervello non ha la lucidità per farlo. Vuole solo chiudere, proteggere, non sentire più.
Ci si mettono anche le voci esterne. Qualcuno che ti dice "forse non ci hai provato abbastanza." Quella frase, invece di aiutarti a vedere più chiaro, ti aggiunge solo peso. Non ti fa distinguere niente. Ti fa solo sentire più in colpa.
La chiarezza arriva dopo. Quando il dolore si abbassa abbastanza da permetterti di guardare quello che volevi senza la scottatura.
E lì, se lo guardi e senti ancora qualcosa, se senti che lo vuoi ancora, hai la risposta.
Non era sbagliato quello che volevi. Era sbagliata la strada che hai scelto per arrivarci.
La prossima volta che sei tentato di dire "non fa per me" dopo un fallimento, fermati un secondo prima.
Chiediti: sto mollando l'obiettivo o sto mollando questa strada specifica?
Mollare una strada che non funziona è intelligenza. Mollare un obiettivo che senti ancora tuo, solo perché la prima strada non ha funzionato, è un'altra cosa.