Hai mai mollato qualcosa dopo un solo errore?
Un giorno salti l'allenamento. Un giorno mangi fuori dal piano. Un giorno rimandi quello che ti eri promesso di fare.
E lì, invece di ripartire, parte qualcos'altro.
"Tanto lo sapevo. Non sono costante. Non sono disciplinato. Mi conosco."
Ho sentito questa voce tante volte nella mia testa. E l'ho sentita dire da quasi tutte le persone che ho intorno.
La cosa strana è che non è l'errore il problema. L'errore è piccolo, spesso minimo. Il problema è quello che ci diciamo subito dopo.
La storia che costruiamo dopo l'errore.
Ogni anno ci diamo obiettivi. Di solito alla fine dell'anno o dopo l'estate. E subito dopo iniziano i dubbi.
"Ma se poi non sono costante? Tanto mi conosco, non lo sarò."
"Già lo so che ci saranno giorni difficili. Tanto vale non iniziare."
Partiamo pensando agli ostacoli. E gli ostacoli diventano molto più grandi dell'obiettivo finale.
Quante volte abbiamo mollato un piano, un progetto, un sogno perché abbiamo sbagliato una volta e ci siamo detti "non sono in grado", "ormai è andata", "non sono disciplinato"?
Non è quell'errore che ci ha fatto perdere tutto.
È la reazione a quell'errore.
È come ci siamo giudicati in quel momento. Come ci siamo fermati senza ripartire. Abbiamo deluso la nostra idea di noi stessi. Abbiamo sporcato il piano con una piccola deviazione e abbiamo deciso che bastava così.
Ogni nostro obiettivo non fallisce per un'eccezione. Fallisce perché di quell'eccezione ci costruiamo una storia. La storia di non essere in grado.
Fatto è meglio che perfetto.
Per tanto tempo, per paura di sbagliare, sono diventato un perfezionista.
Ma come ho scritto in un altro articolo, quel perfezionismo era solo una maschera. Mi faceva procrastinare, cercare il momento perfetto che non sarebbe mai arrivato, restare fermo immaginando errori che non sarebbero mai esistiti perché non partivo mai.
Nel mio corso di coaching abbiamo parlato di resilienza. Il significato letterale è "saltare indietro": tornare sui propri passi dopo un inciampo. Ripartire dopo aver sbagliato. Ed è proprio questo quello che dovremmo fare: ritornare in carreggiata dopo un intoppo.
Come dice sempre il mio amico Benedetto: "fatto è meglio che perfetto."
Si parte. Si sistema nel tragitto.
E nei giorni in cui sei stanco, in cui non hai energie, in cui la vita si mette di traverso, non si tratta di fare tutto. Si tratta di fare qualcosa.
Hai lavorato dieci ore e non riesci ad allenarti? Fai dieci flessioni. Sei a corto di tempo per il tuo progetto? Scrivi una pagina. Leggi dieci pagine di quel libro.
Non per essere produttivo. Per restare in carreggiata.
Perché un'azione piccola fatta nei giorni no vale più di una sessione perfetta nei giorni sì. Ti dice che sei ancora in carreggiata. E quella consapevolezza, il giorno dopo, cambia tutto.
Quello che ho iniziato a fare durante la fase di pianificazione di un obiettivo è chiedermi: cosa faccio il giorno in cui non ce la faccio? Non se succederà. Quando succederà. E avere già una risposta pronta cambia completamente come reagisci in quel momento.
Ricalcolo in corso.
Ma come si fa, concretamente, a ripartire invece di bloccarsi? Voglio portarti dentro una metafora che mi ha aiutato a capire tutto questo.
Quando prendiamo la macchina per andare dall'altra parte della città senza conoscere la strada, mettiamo il navigatore. La macchina è dove siamo adesso. L'indirizzo è il nostro obiettivo. Il navigatore è lo strumento che ci guida.
Se fosse tutto qui, non ci sarebbero problemi.
Ma tra noi e l'obiettivo c'è qualcosa che non possiamo controllare: il contesto. Il traffico, le strade chiuse, le macchine che tagliano. L'esterno non si gestisce. Si affronta.
Se sbagliamo strada, annulliamo l'appuntamento e torniamo a casa?
No. Troviamo un'alternativa. Ricalcoliamo il percorso. Arriviamo in ritardo, forse. Ma andiamo avanti.
Perché allora, quando sbagliamo una volta nella vita, blocchiamo tutto e abbandoniamo.
Il navigatore non ti giudica quando sbagli strada.
Non ti dice che sei incapace. Non ti chiede perché non hai studiato meglio il percorso prima di partire.
Dice solo una cosa:
Ricalcolo in corso.
E ti ridà la strada.
La resilienza non è non sbagliare mai. È imparare a ricalcolare invece di spegnere il navigatore e tornare a casa.
L'errore fa parte del tragitto. Sempre.
La domanda non è se lo farai. È cosa ti dirai nel momento in cui succede.
Perché è lì che si decide tutto.
Quello che ho iniziato a fare, e che mi ha aiutato davvero, è semplice.
Quando sbaglio, mi fermo un secondo prima che parta la voce. E mi faccio una domanda sola:
Voglio spegnere il navigatore o voglio ricalcolare?
Non sempre ci riesco. Ma quando ci riesco, ricomincio. E ricominciare, anche in ritardo, batte sempre il non essere mai partito.