Ricordo il giorno della mia laurea.
I miei genitori erano raggianti. Mia madre piangeva. Mio padre sorrideva in un modo che non gli vedevo spesso. Tutto intorno a me sembrava quello che doveva essere: la festa, le foto, i complimenti, l'orgoglio di chi mi voleva bene.
E io?
Io sentivo un vuoto.
Non lo ho detto a nessuno quel giorno. Ho sorriso, ho abbracciato, ho brindato. Ma dentro non sentivo quasi niente. Mi aspettavo qualcosa di grande, quella sensazione di essere arrivato, di aver fatto qualcosa che contava. E invece niente.
Non ho ancora una risposta definitiva su perché è successo. Ma ho iniziato a capire qualcosa.
Non è che i miei mi abbiano obbligato. Non è mai stato così. Ma sapevo che per loro contava. E in assenza di una direzione mia, quella è diventata la mia direzione. Ho scelto l'università non perché la volessi davvero, ma perché non sapevo cosa volere. E fare qualcosa sembrava abbastanza.
Solo che abbastanza, alla fine, non bastava.
Per anni ho funzionato in un modo preciso.
Partivo forte. Una foga incredibile, una motivazione che esplodeva, una sensazione di competizione con me stesso che mi faceva andare a mille. Le prime settimane erano sempre così: energia, entusiasmo, la certezza di essere sulla strada giusta.
Poi, pian piano, quella sensazione svaniva.
Non perché fossi pigro. Non perché l'obiettivo fosse sbagliato. Ma perché sotto quella foga non c'era una base solida. C'era solo qualcosa che veniva dall'esterno. Il riconoscimento che speravo di ricevere. L'immagine che volevo dare. La risposta che aspettavo dagli altri.
Ho sempre trattato i miei obiettivi come una corsa da 100 metri. Partenza sprint, tutto dentro, velocità massima. Ma una corsa da 100 metri dura dieci secondi. E quando finisce, finisce tutto.
Se avessi voluto percorrere davvero quel percorso, avrei dovuto trattarlo come una maratona. Partire più piano, tenere il ritmo, sapere che la distanza è lunga.
Ma non lo sapevo ancora. O forse lo sapevo e non volevo vederlo.
La verità che ho fatto fatica ad ammettere è questa.
Molti degli obiettivi che ho inseguito con più forza non erano miei. Li volevo raggiungere per dirlo. Per farlo vedere. Per sentirmi dire bravo.
Nel momento in cui li raggiungevo, a me non toccavano quasi niente. Quello che mi toccava era il riconoscimento degli altri. L'applauso. La soddisfazione nei loro occhi.
Non è una confessione facile. Ma è la più onesta che posso fare.
E quando quell'applauso non arrivava, o arrivava e durava poco, tornava il vuoto. Lo stesso vuoto del giorno della laurea.
C'è una differenza enorme tra un obiettivo che viene da dentro e un obiettivo che viene dall'immagine che vuoi dare di te, come ne ho parlato in questo articolo.
Il primo ti muove anche quando nessuno guarda. Anche quando è faticoso, anche quando i risultati tardano. Perché sotto c'è qualcosa di tuo, qualcosa che senti vero.
Il secondo ti svuota. Anche quando lo raggiungi.
Soprattutto quando lo raggiungi.
Perché in quel momento capisci che non era quello che volevi davvero. Era quello che pensavi di dover volere.
Non ho ancora risolto tutto questo completamente.
Ci sono ancora momenti in cui parto forte per le ragioni sbagliate. Ci sono ancora obiettivi che inseguo con una foga che, se guardo bene, ha più a che fare con gli altri che con me.
Ma adesso lo riconosco prima. E quella consapevolezza, anche piccola, cambia qualcosa.
Prima di inseguire qualcosa con tutta quella energia, mi fermo un secondo e mi faccio una domanda sola.
Lo voglio perché lo voglio io, o lo voglio perché voglio che qualcuno lo veda?
Non sempre la risposta è comoda. Ma è sempre onesta.
E dall'onestà, almeno per me, si inizia a costruire qualcosa che dura.
Te la faccio anche a te quella domanda.
C'è un obiettivo che stai inseguendo adesso che, se ci pensi davvero, non è completamente tuo?
Non devi rispondermi. Portala con te.
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A presto,
Fabio