250mila persone che si sono sentite meno ultime.

Il 4 luglio ero a Tor Vergata.

Eravamo in 250mila. Una pianura enorme, un palco largo 140 metri, caldo, folla, e qualcosa nell'aria che non riuscivo a definire subito.

Poi ho capito.

Quella sensazione era il contrario della solitudine. In mezzo a 250mila persone che cantavano le stesse parole, che piangevano alle stesse strofe, che ridevano e ballavano insieme, ho sentito qualcosa che non sento spesso. Che eravamo tutti nella stessa storia.

E la cosa strana è che quella storia non parlava di trionfi o di successi. Parlava di fragilità, di paura, di sentirsi persi, di amare senza sapere come. Delle cose che di solito teniamo dentro e non diciamo a nessuno.

Chi è Ultimo.

Niccolò Moriconi ha iniziato a scrivere testi a 14 anni. Quando ha scelto il suo nome d'arte, avrebbe potuto scegliere qualsiasi cosa. Ha scelto Ultimo.

Non per ironia. Per dichiarare da subito da che parte stava.

Ultimo come chi si sente in fondo. Come chi non viene mai per primo. Come chi porta dentro cose che non sa come dire e si convince che nessuno capirebbe.

In una canzone dice: "Non scriverò la musica, ma vita della gente."

Quella frase non è una promessa di marketing. È la ragione per cui 250mila persone erano lì il 4 luglio. Perché quando qualcuno mette in musica quello che tu senti ma non riesci a dire, succede qualcosa di strano: smetti di sentirti solo.

La scelta che in pochi fanno.

C'è una cosa che mi ha colpito, guardandomi intorno in quella pianura enorme.

Tutta quella gente non stava ascoltando qualcuno che aveva le risposte. Stava ascoltando qualcuno che aveva le stesse domande.

Questo è il punto. Ultimo non ha costruito la sua carriera nascondendo quello che lo rendeva vulnerabile. Ha fatto il contrario: ha preso le sue fragilità e le ha messe esattamente al centro. Le insicurezze, la paura del fallimento, i sentimenti che non riusciva a spiegare.

Cose che la maggior parte delle persone impacchetta e mette in un cassetto.

Lui le ha trasformate in canzoni. E quelle canzoni sono diventate le parole che milioni di persone non riuscivano a trovare da sole.

Nel suo nuovo album c'è un'immagine che mi è rimasta in testa: quella di guardare la vita con gli occhi di un bambino, così non potrò fallire e la vita non potrà ferirmi.

Non è la strofa di qualcuno che ha vinto. È la strofa di qualcuno che ha trovato il suo modo per proteggersi dal peso di crescere. E in quella strofa, in quella pianura, in 250mila ci siamo riconosciuti.

Perché ci fa sentire meno soli.

Noi teniamo dentro moltissimo.

Le paure che non diciamo perché sembrano stupide. Le insicurezze che nascondiamo perché non vogliamo sembrare deboli. Il senso di non essere abbastanza, di non essere ancora arrivati, di non sapere bene dove stiamo andando.

Lo teniamo dentro. E più lo teniamo dentro, più ci sentiamo soli. Perché l'impressione è che gli altri non abbiano questi pensieri. Che solo noi ci sentiamo così.

Poi vai a un concerto e vedi 250mila persone piangere alle stesse strofe che fanno piangere anche te. E capisci che non eri solo. Eri solo muto.

Questa è la vera forza di Ultimo: non che abbia scritto le cose più belle del mondo. Ma che ha avuto il coraggio di dirle ad alta voce. Di non nascondersi. Di mettere in musica quello che in tanti sentivano senza riuscire a esprimere.

E in quel gesto, in quella scelta, ha trasformato la sua fragilità in connessione. La sua solitudine in una comunità di 250mila persone che si sono sentite, per una notte, meno ultime.

Il tuo canale.

Non ti sto dicendo di scrivere canzoni.

Ti sto dicendo che ognuno di noi ha bisogno di un posto dove quello che porta dentro può uscire. Non per forza davanti a 250mila persone. Anche davanti a nessuno, all'inizio.

Può essere la musica, la scrittura, una conversazione con la persona giusta. Può essere qualsiasi cosa che ti permetta di non tenere tutto chiuso dentro.

Quello che Ultimo ha dimostrato quella notte è che mostrare le fragilità non ti rende più piccolo. Ti avvicina alle persone. Perché le persone non si connettono con la perfezione. Si connettono con la verità.

E la verità è che siamo tutti un po' ultimi, in qualcosa.

La domanda non è se hai delle fragilità. Ce le abbiamo tutti.

La domanda è: cosa ci fai con quello che hai dentro?

Lo tieni chiuso, convinto che gli altri non capirebbero? O trovi il tuo modo per tirarlo fuori, e scopri che qualcuno stava aspettando esattamente quelle parole?

— Fabio Simonetti
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