Ho camminato nel mezzo per anni. Come sto trovando la mia direzione.

4/20/20262 min read

C'è una scena di Karate Kid che mi è rimasta impressa.

Il maestro Miyagi guarda il suo allievo e gli dice:

"Quando cammini su strada, se cammini su destra va bene. Se cammini su sinistra, va bene. Se cammini nel mezzo, prima o poi rimani schiacciato come grappolo d'uva."

La prima volta che l'ho vista mi sono fermato. Non perché fosse una bella citazione. Mi sono fermato perché stava parlando di me.

Per anni ho voluto fare tutto. Attore, imprenditore, marketer, dottore. Ho frequentato un corso di recitazione. Ho preso una laurea e un master. Ho avuto una mia azienda. Ho studiato il marketing.

Non lo racconto per impressionare. Lo racconto perché a 28 anni, dopo tutto questo, mi sono ritrovato con le mani vuote.

Avevo seminato ovunque. Ma non avevo nessun albero.

Ogni occasione sembrava quella giusta. Ogni direzione sembrava quella definitiva. E così, senza accorgermene, non ne ho scelta nessuna davvero. Stavo camminando nel mezzo — convinto di essere ovunque, mentre in realtà non ero da nessuna parte.

Alla fine sono stato schiacciato. Non da qualcuno. Da me stesso.

Quando me ne sono reso conto, ho fatto la cosa più difficile che potessi fare: mi sono fermato.

Non ho aperto un nuovo corso. Non ho cercato un nuovo progetto. Ho smesso di correre e ho iniziato ad ascoltarmi.

Questo è il primo passo che mi sento di condividere, perché per me è stato il più trasformativo: fermarsi davvero. Non un weekend di relax. Non uno scroll infinito sul telefono. Parlo di stare con se stessi in silenzio — una camminata da solo, mezz'ora senza notifiche, un foglio bianco davanti.

In quel silenzio ho iniziato a farmi delle domande diverse. Non "cosa voglio fare" — quella domanda mi aveva sempre bloccato. Ma:

Cosa mi fa stare bene davvero? Cosa farei anche senza un risultato garantito? Dove mi sento più vivo?

Le risposte non sono arrivate subito. Ma sono arrivate. E erano molto più semplici di quanto pensassi.

Il secondo passo è stato mettere tutto su carta — e dico tutto.

Mi sono seduto alla scrivania e ho scritto come se fosse una lista della spesa: senza filtri, senza pensare alle paure, agli ostacoli, ai "ma come faccio". Solo quello che mi passava per la testa dopo aver capito la direzione.

Questo esercizio sembra banale. Non lo è. Perché di solito quando pensiamo ai nostri obiettivi li filtriamo ancora prima di scriverli — li censuriamo, li ridimensioniamo, li sistemiamo. Scrivere senza giudizio, invece, lascia emergere cose che non sapevi nemmeno di volere.

Prova. Prendi un foglio e scrivi tutto quello che vorresti, senza chiederti se è realistico o no. Solo dopo, a mente fredda, guarda cosa hai scritto.

Il terzo passo — quello che ha reso tutto sostenibile — è stato spezzettare.

Ho preso la direzione che avevo scelto e l'ho divisa in obiettivi trimestrali. Poi quelli trimestrali in mensili. Poi in settimanali. Passi piccoli, anzi piccolissimi — alla mia portata, non quelli di qualcun altro.

Perché il problema non era mai la direzione. Era la distanza che percepivo tra dove ero e dove volevo arrivare. Quella distanza mi schiacciava prima ancora di partire. Dividendo il percorso in tanti piccoli passi, quella distanza diventava quasi invisibile.

A fine marzo ho fatto il primo resoconto. Non avevo raggiunto tutto. Ma avevo raggiunto abbastanza — abbastanza da sentire, per la prima volta da anni, che stavo andando da qualche parte.

Quello che ho capito, alla fine, è semplice. Anche se non è stato semplice arrivarci.

Non conta quante strade conosci. Conta quale scegli di percorrere davvero. E per sceglierla, a volte, bisogna prima smettere di correre su tutte.

Fermati. Ascoltati. Scrivi. Spezzetta.

Non destra o sinistra — l'importante è uscire dal mezzo.

Su quale strada stai camminando in questo momento? E soprattutto: è davvero la tua?

A presto,

Fabio