“Dicono che sbagliando si impara ma ho una paura fottuta di sbagliare”
Questo è un pensiero che mi porto dietro da anni.
E a volte torna ancora.
Soprattutto quando quello che sto per fare è importante per me. In quei momenti sento una pressione addosso e una paura di sbagliare che mi blocca.
Per molto tempo mi sono perso nei miei pensieri.
Pensavo a tutto quello che dovevo fare per non sbagliare, a sistemare ogni dettaglio, a rendere tutto perfetto prima di partire.
Il risultato? Trovavo sempre qualcosa in più da sistemare, da imparare, da controllare.
E alla fine rimandavo.
Sì, per me questo era procrastinare.
Mi sono accorto che esistono due tipi di procrastinazione, almeno per come le ho vissute io.
La prima è quella classica: rimandare perché non ho voglia, non ho tempo, “inizio lunedì”, “quando avrò più energie”.
Poi arriva quel giorno, ma sono già stanco, demotivato, pieno di scuse. E rimando ancora.
La seconda è più subdola.
Sembra quasi produttiva.
È quella di pensare tanto, preparare tutto nella testa, costruire basi solide e poi bloccarsi per paura del giudizio, per insicurezza, per mancanza di fiducia in me stesso travestito da “ancora non sono perfetto per partire”.
È questa che, per anni, mi ha frenato di più.
Sono sempre stato una persona creativa, con il desiderio di fare qualcosa di mio.
Ho studiato, ho avuto tante idee, ne ho portate avanti alcune per mesi.
Ma quando sembrava arrivato il momento di farle uscire davvero, di esporle, le mollavo.
Ne trovavo un’altra.
E ricominciavo da zero.
Dopo vari percorsi con psicologi e molto lavoro su di me, ho capito dove stava uno dei blocchi principali:
avevo paura di sbagliare.
E nella mia testa sbagliare significava essere un incapace, un fallito.
Non sbagliare in qualcosa, ma sbagliare come persona.
A un certo punto mi sono chiesto:
a cosa servono tutti questi studi, queste ore passate a prepararmi, se poi non inizio mai?
Ho iniziato a leggere molte storie di persone che ce l’avevano fatta.
All’inizio le vedevo come “diverse”, quasi speciali, come se avessero qualcosa che io non avevo.
Poi mi sono accorto che quello che le accomunava non era l’assenza di errori, ma il contrario.
Sbagliavano tanto.
E continuavano comunque.
Quello che mi è rimasto più impresso non sono i risultati finali, ma il modo in cui hanno tenuto la direzione anche quando andava male.
Determinazione, sì.
Ma soprattutto perseveranza.
Non perché non fallissero, ma perché non si fermavano al primo (o al decimo) errore.
Questa cosa mi ha fatto rivedere il mio modo di guardare allo sbaglio.
Forse non arriviamo dove vogliamo nonostante gli errori,
ma anche grazie a loro.
Scrivo questo testo soprattutto per ricordarmelo.
Per ricordarmi che sbagliare non significa essere sbagliato.
Che l’errore fa parte del percorso di chi prova davvero a fare qualcosa di suo.
Perché è vero: se non passo mai all’azione, non sbaglio.
Ma mi tolgo anche la possibilità di scoprire cosa potrei diventare, cosa potrei costruire, cosa potrei imparare.
E questa, almeno per me, è una perdita molto più grande.
A presto.